• Laura Pirotta

Il ruolo del padre nella nostra società

Ricordo ancora quando mia nonna mi raccontava della sua famiglia e di quanto temesse e rispettasse suo padre. Un padre "capo famiglia" che teneva le redini del nucleo famigliare con autorità e potere. "E se si arrabbiava mio padre ..." diceva mia nonna, "era lui che dava le regole. La mamma ci accudiva durante il giorno, ci dava da mangiare e ci insegnava alcuni lavoretti utili in casa. Ma il papà era l'autorità, era il fulcro su cui si basavano tutte le scelte della famiglia."


Oggi una descrizione paterna come quella di mia nonna sarebbe decisamente rara, se non del tutto inesistente. Un padre autoritario non esiste più e, da un certo punto di vista, è anche meglio così. Il problema è che siamo passati da un estremo all'altro. Si è passati, infatti, da un padre autoritario ad un padre "non padre" che non svolge più i compiti tipici paterni ma piuttosto si interseca e sovrappone con quelli materni. Questo cambiamento è strettamente interconnesso con la trasformazione della figura maschile nell'ultimo secolo. Si è passati da un uomo che va in guerra e che assolve, con coraggio e dignità, i suoi compiti di capo famiglia andando a lavorare per sfamare la propria famiglia, fino ad arrivare ad un uomo con la sindrome di Peter Pan, che fatica a spiccare il volo da solo e per anni rimane a casa dei genitori senza assumersi responsabilità di alcun tipo. Molti sono gli uomini che, superati i 30 anni, non hanno abbandonato il nido e non ne hanno costruito uno proprio. Forse troppo oneroso rispetto alle possibilità economiche che dispongono in momenti di crisi come quella che stiamo vivendo noi in questi anni. Ma forse non è solo questo. E' il senso del sacrificio che viene a mancare. Il fatto di doversi rimboccare le maniche e creare qualcosa senza che nessun altro (neppure i genitori) possano intervenire.


La crisi della figura maschile ha inevitabilmente colpito anche il ruolo paterno che rappresenta il sacrificio per eccellenza. Avere un figlio è una gioia immensa ma, allo stesso tempo, non si può negare che richiede una buona dose di responsabilità e sacrificio. Esattamente ciò di cui sono carenti gli uomini odierni.

Per riscontrare ciò che ho appena detto basta semplicemente accendere la televisione e guardare alcune pubblicità trasmesse dove il padre mostra caratteristiche tipicamente materne come l'amorevolezza. Immaginatevi questa scena: un padre dolce e affettuoso gioca con i propri figli sul tappeto di casa mentre la madre rientra dal lavoro vestita di tutto punto e con la ventiquattrore. Non vi sembrano ribaltati i ruoli? Eppure nelle pubblicità, e nei mass media in generale, il padre viene spesso dipinto in questo modo. Un padre immaturo, giocherellone, figlio di sua moglie tanto quanto i suoi stessi figli. Un altro esempio lampante di pubblicità che veicola perfettamente il ruolo del padre odierno è quello di uno spot di un medicinale per il raffreddore. Il padre ha un fortissimo raffreddore e viene curato direttamente dalla figlia che gli rimbocca le coperte. Ecco che in questo caso i ruoli padre-figlio vengono completamente ribaltati e il padre va così a perdere la sua autorevolezza finendo per essere lui ad essere curato quando, in realtà, dovrebbe essere il contrario.

Un padre materno che assume i compiti e le dimensioni di una madre perdendo, però, allo stesso tempo, l'autorevolezza dell'essere padre. Come dice (Infrasca, 2011) i "Padri materni" hanno come unico scopo quello di fare "figli felici", mentre, in passato, i "padri avevano come unico scopo quello di fare figli responsabili"". Secondo me, il problema sta nell’obiettivo che i padri odierni si pongono. Porsi come obiettivo quello di fare figli felici fa perdere completamente di vista il ruolo educativo che il padre dovrebbe avere.

Porsi come obiettivo quello di fare figli felici fa perdere completamente di vista il ruolo educativo che il padre dovrebbe avere.

Tutti vorrebbero figli felici, è ovvio, ma la felicità deve essere costruita dal figlio stesso grazie alle sue azioni, ai suoi comportamenti e ad un mondo valoriale ed etico che qualcuno dovrebbe avergli insegnato. Se un padre o una madre si assumono la responsabilità di fare figli felici, allora si dovranno assumere la responsabilità di averli protetti talmente tanto da non averli esposti alla realtà del mondo in cui vivono, una realtà che non è fatta solo di idillio (anzi) ma è fatta anche di sofferenza e sconfitte ed è proprio grazie a queste ultime che si cresce, che si diventa grandi.

Il ruolo materno ha quasi completamente fagocitato quello paterno diventando sempre più penetrante nella dimensione normativa che era destinata al padre. Infatti, se la madre aveva come dimensione elettiva quella affettiva e amorevole, adesso la madre assume anche una dimensione sociale e normativa che aiuta il bambino nell'inserimento sociale. Il padre perde, così, quella dimensione normativa caratterizzata da regole, disciplina, etica e valori per assumere, invece, un ruolo indefinito e spesso caratterizzato dal principio di uguaglianza tra padre e figlio, esattamente come se fossero due amici. Ma un figlio non ha bisogno di un padre-amico. Gli amici se li farà sicuramente con il gruppo dei pari mentre ha bisogno di un padre che svolga il suo ruolo non in modo paritario ma in modo autorevole.

Per l'amico è "presto" (c'è ancora tempo), per il padre si è "fatto tardi" (non c'è più tempo).

Per l'amico è "non ti preoccupare" (deresponsabilizzazione), per il padre è "devi preoccuparti" (responsabilizzazione).

Per l'amico è "Fa lo stesso" (adolescenzialità), per il padre è "Non è per niente lo stesso" (maturità).

Per l'amico è "Con il tempo le cose cambieranno" (pensiero desiderante), per il padre è "Non devi lasciare al tempo le tue decisioni e la tua vita" (pensiero organizzante e progettuale).

Per l'amico è "Goditi la vita" (disimpegno), per il padre è "Devi conquistare la vita per poterla godere" (impegno sofferto).

Per l'amico è "sei unico" (sollecitazioni del narcisismo), per il padre è "sei come gli altri" (neutralizzazione dei tratti narcisistici.

(Infrasca, 2011, pp. 123)

Questo ruolo paritario è poco utile per la crescita del figlio perché lui ha bisogno di qualcuno che lo guidi e che sappia anche dargli delle regole e dei valori. Un figlio con una strada spianata, senza mai un "no" e nessun ostacolo da dover superare perché ci pensa il padre (o la madre) a rimuoverli durante il percorso, non sarà un figlio maturo e responsabile. Sarà un figlio immaturo, uno di quelli che puntano i piedi perché vuole tutto subito. Un figlio che non sarà in grado di accettare la sconfitta e rialzarsi con dignità e la consapevolezza di poter fare meglio la volta successiva. Non si stupisce, infatti, che le nuove generazioni di ragazzi fatichino ad accettare i fallimenti e le critiche e, spesso, trovano soluzioni per lenire la frustrazione che sono decisamente estreme e pericolose. Fare uso di droghe e alcol è un esempio di come i giovani d'oggi affogano letteralmente le proprie frustrazioni. Sarebbe forse meglio dire che le anestetizzano. Ci sono poi altri disturbi, come quelli alimentari, che sono un ulteriore manifestazione del disagio giovanile fino ad arrivare al suicidio. Purtroppo si sentono spesso notizie di ragazzi che si suicidano per un fallimento a scuola oppure perché non riescono ad accettare la fine di una storia amorosa.

Insomma, tra il padre padrone e il padre peluche bisogna recuperare una figura di padre educativo, vale a dire un uomo che svolga bene il suo ruolo paterno, che è un ruolo educativo. (Novara, 2008)

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