• Laura Pirotta

Impara a gestire la rabbia mettendola in una scatola

Questo rimedio arriva direttamente dall’esperienza avuta con le prime manifestazioni di rabbia di mia figlia di 3 anni. Chi è genitore e c’è passato in questa tremenda fase di crescita lo sa. Ogni tanto i bambini di questa età hanno delle reazioni di rabbia non solo ingiustificate ma, soprattutto, estremamente esagerate (sembrano sull’orlo di una crisi di nervi). Anche io ci sono passata con mia figlia che aveva questi sfoghi molto focosi (per non dire altro) che manifestava fortunatamente solo a casa e non fuori (segno positivo perché in casa si sentiva tranquilla nell’entrare in relazione con un’emozione nuova e che faceva fatica a dominare).


Devo ammettere che all’inizio non sapevo come comportarmi (per quanto fossi preparata sulla teoria, sulla pratica è sempre difficile capire fin dove accettare alcuni comportamenti). L’unica cosa che ero certa era che volevo che mia figlia conoscesse la rabbia senza negarla, senza soffocarla, senza dirle o farle capire che esiste solo la gioia e tutte le altre emozioni sono abolite, riprovevoli e negative.


Volevo che mia figlia si confrontasse con la rabbia, la riconoscesse, desse un nome a questa emozione e imparasse a gestirla.

Così, le ho letto un libro per bambini molto bello che si chiama “Che rabbia[1]” e che racconta di questo bambino che si arrabbia con il papà rispondendogli male e viene mandato in cameretta per farsi passare l’arrabbiatura. Una volta nella stanza, il bambino urla e dalla sua bocca esce un mostro rosso, la Rabbia, che inizia a lanciare i giochi nella stanza arrivando a rompere uno dei giochi preferiti del bambino. Ad un certo punto, il bambino affronta la Rabbia e le dice di smetterla, ma la Rabbia non smette. Così il bambino la prende tra le mani (la gestisce) e la Rabbia inizia a diventare sempre più piccola fino ad essere talmente piccola che il bambino riesce a chiuderla dentro una scatola. Finalmente gestita la rabbia, il bambino scende dal papà chiedendo se c’è ancora un pezzo di torta per lui.


Un racconto di una semplicità estrema che, però, arriva dritto ai tre obiettivi che avevo:

1. Riconoscere la rabbia
2. Darle un nome
3. Imparare a gestirla

Così ho costruito insieme a mia figlia la sua scatola della rabbia (con una scatola di cioccolatini) e mettendo sopra la scritta “La scatola della rabbia di Sofia”. Da quel momento, tutte le volte che mia figlia aveva un momento di forte rabbia le dicevo di andare a prendere la sua scatola, di prendere la rabbia (che implica anche il riconoscerla e guardarla negli occhi) e di metterla nella scatola. Sono bastate poche volte e mia figlia andava da sola a prendere la scatola quando si sentiva arrabbiata. È stato poi bello vedere che non solo riconosceva la sua rabbia ma riconosceva anche quella degli altri tanto che un giorno, quando mi è capitato di essere molto arrabbiata per lavoro, mia figlia lo aveva capito dalla mia faccia e mi ha portato la sua scatola dicendomi: “Mamma, metti dentro qui la tua rabbia, dai!”.


Questo evento mi ha fatto molto riflettere sul fatto che noi adulti dovremmo rifare o fare ex-novo una buona educazione alle nostre emozioni imparando a riconoscerle ma, soprattutto, a gestirle.


Con questo non ti chiedo di crearti la tua scatola della rabbia (anche se devo ammettere che ad alcuni manager che soffrono di rabbia cronica l’ho fatto fare) ma di immaginare di prendere quel mostro che esce dalla tua bocca, di riconoscerlo e di rimpicciolirlo. Hai il potere di farlo!


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[1] Allancè, M., Che rabbia!, Babalibri

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