• Laura Pirotta

Nascita di una madre

Oggi più che mai, la gravidanza e il parto sono ridotti a meri eventi medici. Sintomi e segni vengono spiegati in modo scientifico e sedati con farmaci e monitoraggi costanti. Nulla è lasciato alla naturalità dell'evento. Tutto ha una causa, un effetto e un rimedio. Basti navigare un po' su internet per accorgersene. Siti per future mamme pullulano di articoli su problemi durante la gravidanza e su come gestirli e curarli. Per non parlare del parto, evento temutissimo dalle donne che le porta a ricercare tutte le modalità possibili per prepararsi all'evento e provare meno dolore. Con questo non voglio affermare che la donna non debba sottoporsi a controlli e visite costanti. Rivolgersi a un ginecologo o a un'ostetrica di fiducia è, assolutamente necessario, durante tutti i 9 mesi di gestazione affinché tutto il percorso possa procedere nel migliore dei modi. Questo, però, non deve cancellare la magia dell'evento e renderla una malattia a tempo determinato che va curata e gestita nei più minimi sintomi. Capita, spesso, che le donne incinta sottolineino di non essere malate ma, a volte, sono proprio i loro comportamenti, le loro paure e abitudini che fanno credere agli altri che i 9 mesi di gravidanza siano paragonabili ad una malattia che raggiunge, poi il culmine massimo, con i dolori indescrivibili del parto.

La medicalizzazione di questo importante percorso che "dà la vita" fa perdere quella progettualità creativa e affettiva tipica di questo periodo. Infatti, la gravidanza è un evento straordinario, intriso di mille emozioni che accompagnano la donna durante tutti i 9 mesi di gestazione. Nonostante i sintomi negativi della gravidanza e i dolori del parto, la donna vive uno stato di grazia e onnipotenza che trovano il culmine nell'atto stesso della nascita.


E' curioso pensare che, il progetto creativo più alto dell'essere umano, possa essere compiuto solo da quello che viene ritenuto il "sesso debole". Solo la donna può dare la vita e, questa condizione privilegiata, non viene sperimentata dal "sesso forte" che può vivere un senso di impotenza e invidia nei confronti di questa opportunità donata solo alla donna. Opportunità e responsabilità così grandi che non possono che far cadere l'etichetta di "sesso debole" affibbiata alla donna. E' proprio durante la gravidanza e durante il parto che la donna dimostra una forza indescrivibile che stupisce a tal punto l'uomo da fargli credere di stare insieme ad una eroina dai superpoteri.


Il percorso per diventare mamma è un percorso che dura tutti i 9 mesi, dalla scoperta di essere incinta alla nascita fisica di quel bambino che, fino a quel momento, era una parte della mamma e viveva in totale simbiosi con lei. Il corpo la prepara ad essere mamma attraverso tutte le sue numerose trasformazioni che avvengono dal primo al nono mese. Il tempo fisico della gravidanza si trascrive in un tempo mentale che rende la donna consapevole della trasformazione che sta avvenendo dentro di lei. Questa trasformazione la porta a dover maturare come donna e a progettare la sua vita non tenendo più solo conto di se stessa ma, anche, di una creatura che dipenderà totalmente da lei.

In ambito medico si parla di tre trimestri della gravidanza. Anche dal punto di vista psichico, possiamo pensare a tre trimestri ben distinti e con caratteristiche, sintomi ed esperienze diverse vissute dalla donna.


Il primo trimestre è caratterizzato dalla scoperta della gravidanza, una scoperta che sembra a tratti impossibile, tanto che molte donne decidono di rifare più volte il test di gravidanza nella convinzione che ciò non sia vero. Una volta appurata la gravidanza, la donna vive il suo primo momento di gloria nell'euforia di essere in grado di generare la vita e di funzionare come tutte le altre donne. "Allora anche io funziono, anche io posso avere figli come le altre donne". Questo pensiero è ancora più forte in coloro che hanno avuto difficoltà a rimanere incinta e le renderà ancora più tronfie quando racconteranno agli altri il lieto evento. Della serie "Hai visto che ce l'ho fatta?".


Nel primo trimestre, però, la vita che cresce dentro la donna non si fa sentire, non dà segni di vita. L’unica dimostrazione plausibile dello stato interessante è data dal test di gravidanza e dagli esami che vengono svolti durante questo periodo e che certificano l’esistenza di un piccolo esserino. La prima ecografia è, generalmente, la più emozionante di tutte perché la donna vede, con i propri occhi, ciò che ha scoperto tramite un test delle urine. Anche se sembra solo un piccolo fagiolino, c’è vita dentro di lei e la donna prova meraviglia di fronte a questo incredibile atto della natura. Non è come quando le altre donne glielo raccontavano. Non è la stessa cosa. Quando una donna scopre di essere incinta, le emozioni e le sensazioni sono vissute in prima persona e, a certificare fisicamente che la gravidanza sta procedendo, si aggiungono anche dei sintomi fisici che, paradossalmente, sono negativi e a dir poco piacevoli. Nausea, vomito, mal di testa e sonnolenza sono alcuni dei sintomi che possono accompagnare la donna sin dalle prime settimane. Ma come è possibile che un progetto così importante e bello venga legato sin dall’inizio da sintomi di malessere per poi arrivare al culmine con i dolori del parto? Sembra che, in questo modo, la natura voglia preparare la donna alle dure sfide che dovrà affrontare una volta che il bambino nascerà. Essere mamma è uno dei mestieri più difficili del mondo e la donna, probabilmente, non sarebbe preparata per questa grande sfida, se i 9 mesi di gravidanza fossero tutti rose e fiori. Questo percorso, che alterna momenti di idillio a momenti di malessere con sintomi vari, quali quelli menzionati prima, fanno maturare la donna e la preparano ad accogliere la nuova creatura. Che la donna pensi “Oddio ho iniziato un percorso più grande di me” tutte le volte che ha le nausee, vomita, ha mal di testa, sonnolenza, stitichezza o altro, è assolutamente normale. Fa parte di un processo di presa di consapevolezza di ciò che sta accadendo. Qualcosa di meraviglioso e magico che, come tutte le cose nuove, non può che fare paura.

La cosa incredibile è che questi sintomi finiscono spesso per scomparire con i primi movimenti del feto che si registrano nel secondo trimestre di gravidanza. È come se la donna, nel primo trimestre, avesse avuto bisogno di quei malesseri, per certificare a se stessa la gravidanza. Una volta che il feto dà segnali di vita, allora la donna, inconsciamente, non ha più necessità di questi sintomi per comprovare a se stessa di aspettare un bambino. Ecco che i movimenti del proprio piccolo caratterizzano le meraviglie del secondo trimestre. Nella maggior parte dei casi la donna vive un momento di totale idillio e onnipotenza. Uno stato di grazia caratterizzato dalla sensazione di sentire il proprio bambino muoversi dentro di sé e di essere stata creativa. “Sono stata creativa, sto diventando mamma e il bambino lo percepisco, è vivo e mi dà segnali che solo io sento”. L’esclusività di questi sentimenti la portano a vivere uno stato di onnipotenza incredibile. La donna si sente un’eroina dai super poteri che può affrontare qualunque cosa perché, se è in grado di generare vita, allora può fare tutto. Quest'eroina ha, però, come qualsiasi storia fantastica che si rispetti, un tallone d’Achille. Sono le paure tipiche della gravidanza che la accompagnano durante tutto l’arco dei 9 mesi in modalità diverse rispetto ai tre trimestri. Generalmente, nel primo trimestre, la frase ricorrente che martella la testa della donna è “Andrà tutto bene? Porterò avanti questa gravidanza?”. Nel secondo e terzo trimestre, invece, il pensiero ricorrente è “Ce la farò? Sarò in grado di fare la mamma?”. Nessuna nasce pronta né tantomeno esperta a fare la mamma. Diventare mamma è un percorso che prevede, inevitabilmente, una serie di prove ed errori ed è proprio grazie a questi ultimi che la donna si realizza come madre.


Il terzo trimestre è il trimestre che preannuncia la nascita del bambino, è l’ultimo e, in quanto tale, prevede diversi cambiamenti fisici e psichici che portano al parto. La donna inizia a rallentare, a sentirsi impacciata, con la pancia ogni giorno più grossa, e si rende conto di non riuscire più a fare ciò che faceva prima o, quanto meno, ai tempi di prima. Questo rallentamento non è per caso. Oltre alla questione puramente fisica, il rallentamento è una preparazione mentale verso i tempi del bambino che sono rallentati rispetto ai tempi di un adulto normale, in special modo nella nostra società dove l’adulto è super accelerato tra impegni lavorativi e personali. La donna, in questo trimestre, impara a rallentare e a registrarsi ai tempi del bambino. Non per altro Leboyer sostiene che: “Il nostro tempo ed il tempo del neonato sono pressoché inconciliabili. Il secondo è di una lentezza prossima all’immobilità. Il primo, il nostro, è di un’agitazione prossima alla frenesia. Del resto noi non siamo mai “lì”. Siamo sempre altrove. Nel passato, nei nostri ricordi. Nel futuro, nei nostri progetti. Siamo sempre prima e dopo. “Adesso”, mai. Per poter incontrare il neonato occorre uscire dal nostro tempo, che corre furiosamente.[1]


Gli impedimenti fisici della donna, nell’ultimo trimestre, nonché i malesseri a cui va incontro (tra problemi gastrointestinali, contrazioni, insonnia, ecc.) portano la donna, ad un certo punto, ad avere voglia di partorire, ad essere quindi pronta alla separazione, al distacco da quel bambino che per nove mesi ha vissuto in simbiosi con lei. Questo desiderio è una premessa importantissima per prepararsi mentalmente all’arrivo del bambino e alla nuova vita che, di conseguenza, partirà con la sua nascita. È auspicabile che la donna, ad un certo punto, senta questo desiderio di distacco, per evitare problemi di separazione con lo sviluppo della tanto famosa depressione post partum. Questa saturazione dal lato fisico, questo “Non ce la faccio più”, pensato e ripensato più volte, vengono accompagnati dal desiderio di conoscere finalmente il proprio bambino, un bambino per ora solo sentito e mai visto, solo pensato e mai concretizzato. Ecco che questa trasformazione porta la donna ad arrivare al giorno del travaglio con la consapevolezza di essere pronta a separarsi da quello stato di grazia e di simbiosi che avevano caratterizzato tutta la gravidanza.

[1] Leboyer, F., Per una nascita senza violenza,

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