• Laura Pirotta

Esofagite: disturbi psicosomatici

L’esofagite è un’infiammazione acuta o cronica che colpisce le mucose della bocca, dovuta all’azione del succo gastrico che risale sull’esofago superando il confine gastro-esofageo. Sintomo principale dell’esofagite è il bruciore retrosternale, che può arrivare alla bocca e alla gola, manifestandosi principalmente a stomaco vuoto.

L’esofagite può essere una conseguenza di un’alimentazione disordinata, ricca di cibi che favoriscono l’acidità gastrica, ma più spesso ha un’origine psicogena associandosi a stress e preoccupazioni costanti.


Dal punto di vista simbolico la malattia è simile all’ernia iatale: qualcosa risale dal profondo verso la coscienza.


Infatti, nell’ esofagite, l’acido cloridrico è espressione di un’aggressività distruttiva che torna in superficie, verso l’alto all’attenzione della coscienza, dalla profondità dello stomaco, che è la sua sede naturale. Si tratta di un’aggressività che nasce quando non si riesce a mandar giù determinate situazioni, una collera che cresce nel tempo, ma che razionalmente viene spesso sminuita con spiegazioni razionali, inibita o banalizzata, non riuscendo così a trovare la giusta via di scarico e sfogo.


Pensiamo, per esempio, a tutte quelle situazioni che siamo costretti a sopportare, ma che in fondo non riusciamo proprio a tollerare, che ci provocano una grossa rabbia e che spesso proviamo a sopprimere. Pensiamo, ancora, a situazioni in cui avvertiamo un forte sentimento di ingiustizia, per esempio per l’aver subito un torto o un danno ingiustamente.


Spesso le emozioni collegate a queste situazioni non vengono espresse e la rabbia viene trattenuta o banalizzata.


La rabbia che tentiamo di sopprimere e trattenere si manifesta con l’acidità che risale l’esofago e che in alcuni casi può anche danneggiarlo, perché corrosiva, proprio come quella rabbia che tentiamo di mettere da parte ma che “brucia” comunque.


Nell’esofagite, qualcosa che dovrebbe procedere normalmente verso il basso (dallo stomaco all’intestino) per essere scomposta ed assimilata, cambia il suo percorso e torna indietro, sottolineando che qualcosa “non passa” e non può essere digerita.


È come se il nostro corpo porta l’attenzione su qualcosa che sarebbe opportuno e più sano esprimere e non sopprimere.


L’esofagite ed il reflusso indicano che abbiamo provato a “mandar giù” e digerire fatti, persone e situazioni che, in realtà, non vogliamo e riusciamo ad assimilare e digerire.

Le persone che soffrono di questo disturbo e che sono più a rischio di svilupparlo sono persone razionali, che tentano di sopprimere l’espressione emotiva della rabbia.


Molti studi dimostrano come l’esofagite si associa ai disturbi d’ansia e alla depressione.

Le persone che soffrono di ernia iatale presentano un rischio maggiore di sviluppare l’esofagite e, non a caso, le due patologie manifestano la stessa logica simbolica: qualcosa dal profondo tenta una risalita per manifestarsi.


Può essere importante chiedersi:

· “C’è qualcosa che trovo profondamente ingiusto e non riesco a mandare giù?”

· “Posso esprimere la mia rabbia in maniera opportuna invece di nasconderla?”

· “Quando provo emozioni forti riesco ad esprimerle?”

· “Sono solito razionalizzare o banalizzare qualcosa che mi fa arrabbiare?”

· “Come mi sento quando esprimo ciò che provo?”


Trattenere la naturale aggressività non è possibile, quindi è fondamentale imparare ad esprimere le proprie opinioni e la propria rabbia in modo immediato e consono alla situazione nella quale ci si trova. Possedere questa abilità potrebbe proteggere o permettere di liberarsi dall’esofagite da reflusso.


Praticare mindfulness o intraprendere una psicoterapia è in questo senso molto importante: si tratta infatti di strumenti che ci forniscono un aiuto per aumentare la nostra consapevolezza, permettendoci di venire maggiormente a contatto con le nostre emozioni e di esprimerle in maniera adeguata e non soffocata.


Se soffri di esofagite, non dimenticare di preoccuparti anche delle emozioni e del tuo benessere psicologico, tenendo in considerazione l’eventualità di effettuare un percorso psicologico per meglio gestire la problematica e accelerarne il processo di guarigione.


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